Lo incontriamo in un bar del centro, di quelli che hanno riaperto da poco. Ordina un caffè, saluta tre persone prima ancora di sedersi, e quando gli chiediamo della maglia rossoblù gli si illumina lo sguardo. È la porta d’ingresso di una storia che vale la pena ascoltare.
Ha giocato qui quando giocare qui voleva dire qualcosa di più di una partita. Lo racconta con calma, senza retorica, con la naturalezza di chi quelle cose le ha vissute davvero.
«Quando entravi in campo sentivi che non giocavi solo per te. Giocavi per tutti quelli che erano sugli spalti, e per molti che a casa non potevano esserci.»
Gli anni difficili
Gli chiediamo del periodo più duro, quello in cui tutto sembrava più grande del calcio. Risponde senza esitare, e il racconto diventa quello di una città intera.
Cosa significava scendere in campo in quegli anni?
Significava dare alla gente novanta minuti in cui pensare ad altro. Lo sentivamo, quel peso e quella responsabilità. Ed era bellissimo.
C'è un momento che porta ancora con sé?
Il primo ritorno allo stadio dopo tanto tempo. La gente che cantava. Non dimenticherò mai quel suono. Era la città che diceva: ci siamo ancora.
E oggi
Oggi vive ancora qui, e quando può va a vedere i ragazzi. Dice che il calcio è cambiato, ma che una cosa è rimasta identica: il legame tra la squadra e chi la segue.
Lo salutiamo fuori dal bar. Prima di andarsene si volta e aggiunge una frase che teniamo per chiudere: che finché ci sarà qualcuno a raccontarla, questa storia non finisce.
Grazie per aver letto fin qui. Ci ritroviamo alla prossima uscita.
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